venerdì 16 febbraio 2018

Storia del Parco di Capanne

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L'altopiano di Marcarolo si trova nel cuore dell'Oltregiogo, come per secoli è stata denominata la regione montuosa incastonata tra il versante costiero e la pianura.
Si tratta di un territorio sul quale si incontrano e si confondono tradizioni, pratiche e dialetti differenti, di cui non è possibile, senza forzare il racconto storico, fornire un quadro unitario.
Basti pensare al groviglio di giurisdizioni che ancora nel XVIII secolo organizzava la vita politica intorno all'altopiano, intrecciando nel corso dei secoli gli interessi politici ed econimici della Repubblica di genovese a quelli del Regno sabaudo, dell'Impero e di un mosaico di potentati locali di natura feudale.
L'area era certamente abitata in età protostorica, come conferma la disseminazione degli insediamenti testimoniata nelle valli liminalidalle prospezioni archeologiche e, soprattutto, da quanto riporta la Tavola bronzea di Polcevera, un eccezionale documento epigrafico del II sec. a.C..
Non c'è dubbio che proprio da Marcarolo dovessero passere, già in epoche remote, le strade che mettevano in comunicazione la costa con l'entroterra padano, assicurando il transito di merci preziose come il sale, e in particolare le varianti alla romana via Postumia (realizzata per collegare Genova con Aquileia, passando per LIbarna e Tortona, con probabilità percorreva il crinale orientale della Val Lemme) i, in età moderna, all'importante strada della Bocchetta che, con il suo percorso alternativo attraverso Voltaggio, permetteva ai traffici genovesi di raggiungere Gavi evitando i pedaggi dovuti ai Signori della Valle Scrivia.
Dell'Alto Medioevo restano le citazioni di Paolo Diacono (VIII secolo) sulla Selva d'Orba e, più recenti, le notizie riguardanti l'organizzazione delle marche imperiali, la diffusione sul territorio della colonizzazione ecclesiastica attraverso l'istituzione delle pievi (Santa Maria di Prelo, per il versante dell'Orba, e Santa Maria di Lemore, per quello della Val Lemme) e l'erezione dei monasteri di regola benedettina, tra i quali ricordiamo quello della Bruversa, che in seguito prenderà il nome di "Benedicta", prossimo a Capanne di Marcarolo e risalente ai secoli XI/XII.
Nello stesso periodo si consolida il controllo politico su Marcarolo e sulle terre limitrofe da parte di Genova e di alcuni feudatari appartenenti a famiglie dell'aristocrazia genovese, in seno alla quale emerge la secolare rivalità tra gli Spinola di San Luca e i Doria.

L'interesse della Repubblica sull'area è molteplice, legato a ragioni logistico-stategiche per il controllo delle importanti direttrici viarie locali e, più in generale, del proprio entroterra, ma si spiega anche con il razionale sfruttamento del grande bosco camerale, popolato di roveri, faggi e frassini, che per secoli ha fornito ampia parte del legname necessario per la costruzione della flotta genovese.
È il bosco la principale risorsa locale, sul cui sfruttamento è disponibile un'ininterrotta documentazione che, dal basso Medioevo, arriva sino alla fine del XVIII secolo.
La colonizzazione monastica definiva la prima grande organizzazione produttiva del territorio e ne configurava l'assetto, come è ancora possibile ricostruire attraverso la stratificazione degli interventi attuati nel corso del tempo. Centri importanti, come il monastero della Benedicta, ora nel cuore del Parco, incoraggiavano il radicamento dell'economia agro-pastorale, introducevano sin dal XII secolo, la castagnicoltura e, in progresso nel tempo, determinavano l'avvio del processo insediativo realizzato a partire dal XVI secolo nella forma delle cascine sparse. Questo fenomeno fu una risposta sia alla crescita demografica che all'espulsione dei contadini messa in atto dai nuovi interessi dell'aristocrazia genovese per le terre a ridosso della città. A testimonianza della sua diffusione oggi rimangono, all'interno del territorio del Parco, più di cento cascine.

Per le comunità locali, l'area di Marcarolo in età moderna è crocevia di incontro, ma anche terreno di competizione per l'accesso alle risorse del bosco e dei campi. Una ricca documentazione d'archivio testimonia le numerose liti avvenute fino alla fine del XIX secolo per il diritto di tagliare legna, pascolare, spigolare erbe, talvolta dissodare, raccogliere felci e castagne sui terreni gravati da diritto di uso collettivo - le comunaglie - e nei boschi della Repubblica, che di volta in volta contrapponeva, per esempio, le comunità di Polcevera a quelle di Voltaggio e Palodio (Parodi) o quelle di Larvego (Campomorone) a quelle di Campofreddo (Campoligure).

La diffusione del castagneto è determinante nel corso di tutta l'età moderna per incentivare l'espansione delle unità abitative, nei limiti permessi dalla salvaguardia delle risorse boschive destinate ai cantieri navali e ad alimentare la protoindustria locale. Se si considera che solo tra la fine del XVIII secolo e gli inizi di quello successivo vengono introdotte le colture del mais e della patata, si coglie meglio l'importanza assunta dalla castagna - a cui si potevano aggiungere in misura assai ridotta il grano e la segale - per la sopravvivenza dei contadini. Il ruolo del castagno non si limita al valore alimentare dei suoi frutti e va esteso ai mille usi che il sapere degli uomini ha saputo farne come combustibile, materiale edile, strame per gli animali, fino all'uso del tannino per la concia e la produzione domestica di inchiostro. La castanicoltura ha imposto anche la disseminazione sul territorio dei numerosi seccatoi per castagne, gli "alberghi", che, costruiti in adiacenza delle cascine o all'interno del bosco, popolano l'altopiano di Marcarolo e le sue pendici.

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